La critica

LUIGI ARICÒ

Nasce a Caltavuturo (Pa) paese madonita, oggi vive e lavora a Cefalù, città dove si è diplomato all’Istituto D’Arte “D.B. Amato” e dove realizza le sue opere, apprezzate dal pubblico e dalla critica in numerosi e prestigiosi eventi artistici. Oltre l’inclinazione per le materie del disegno, si interessa della progettazione e realizzazione di oggetti lignei (Totem), ferro e altri metalli e opere plurimateriche variegate, che pian piano prendono forma attraverso la forza dell’evoluzione della materia, che nella sua opera rappresenta un inconfondibile suggestivo linguaggio.

La dialettica della sua creatività ha ottenuto con il tempo, stilemi riconoscibili e cifra ne è, l’input, che lo portano a sconfinare con le sue installazioni nell’immaginario, non solo suo ma anche dell’osservatore.

Nella sua produzione ritroviamo un perenne ritorno alle origini, nell’esplorazione di nuove forme e nei loro processi di trasformazione insiti nella metafora che diviene riflesso del suo messaggio artistico. Una semantica che trasfigura la materia in assemblaggi e composizioni creative, che in ricerca costante della loro vecchia memoria ne inventano una nuova, dettata da sapiente manualità artistica e logica decorativa.

Le sue sono vere e proprie installazioni che si inseriscono nello spazio come crogiolo di una massa ma in realtà è pensiero che scaturisce in molteplici riflessioni. Le evocazioni irrompono la banalità ed esaltano la istintività in nuove forme, il vuoto si dilata e il pieno si assottiglia, scambiando a seconda dell’opera i ruoli o contenendoli entrambi in un unicum spaziale.

Dalle sinuose e leggere serpentinate opere metalliche passa alla pesantezza del sogno tridimensionale e in cui prende vita un concetto, che libra nello spazio e rende partecipe il moto intorno in alternanze dinamiche tra oggetto e soggetto e ricrea il solare silenzio nello spazio che lo avvolge.

Tra la sua numerosa produzione come “grattacielo” il metallo ad incastri geometrici ascende tra vuoti e pieni, alternati da cromie che rimandano ai timbri di Mondrian tra spigoli, rotondità ed equilibri lineari o nel popism di “Giochi di sguardi”.

Suscita emozioni sensoriali nell’opera “Fertilità” oltre lo sguardo catturato in aplombè in un area sospesa, di astratta meditazione, da un basamento verde sale come un gambo e si sviluppa in un magma come un germoglio, in metamorfosi da un embrione antropomorfo alla solidità di cemento bianco amalgamato in rimembranza di Schifano.

Rivestito di brillanti colori, un essenza policroma di intrecci di schizzi e sgocciolamenti vibratili, che rimandano al gestuale dripping pollockiano, cancellano i confini tra pittura e scultura.

La forma che sembra roteare su se stessa e in energia dinamica, un congegno crescente invita ad assistere alla sua trasformazione estemporanea, come in un giardino sensoriale, l’armonia melodica dei suoni e dei profumi espressi si concedono a narrare il principio e la vita.

Traduzione incomparabile del messaggio di eco-art e di ridonare vita a qualcosa che è accantonato, che rischia di perdersi, nell’anima profonda delle “cose” dimenticate, per ridare racconto allo scultoreo in un astratto che diviene anche decorativo nella sua ricerca plastico-estetica. Ciò accade nell’opera “il Gladiatore” una corazza costituita dall’assemblaggio di piccolissime parti riciclate di una trebbiatrice agricola che divengono massa possente.

Un “simulacro di difesa” che nel composito-modulare invita l’intelligenza dello spettatore, a ridare vita alla voglia di lottare non per il potere ma solo per conquistare la cultura della storia.

L’opera sembra non solo vibrante di luce aurea in senso centripeto e avvolgente in quel busto che sembra contenere palpiti e respiri, tra l’indugiare della luce che diviene ambrata negli interstizi tra i chiari lucenti e le ombre taglienti.

Nelle suggestive sue rappresentazioni si evince una poetica dalla sensibilità generosa e artistica offerta all’osservatore che invitato al viaggio si traduce ogni volta in un volo sempre diverso e nello sviluppo di un repertorio originale ed eclettico. Come se: “ogni sogno ceduto, è un pezzo di dolore che noi strappiamo agli altri” (Antonin Artaut).

Dott.ssa Francesca Mezzatesta
(storico e critico dell’arte e spettacolo)


“SU LUIGI ARICÒ”

Forse è un caso, non so, ma inizio a stilare queste righe dedicate a Luigi Aricò – del quale ho conosciuto le opere grazie al caro e bravo amico scultore Eugenio Riotto – in questa mia attiva stanza di casa piena di ricordi, libri e segni/segnali dei tanti artisti che stimo: Girolamo Ciulla, Pietro Annigoni, Ernesto Treccani, Franco Miozzo, Amedeo Lanci…

Ho sul tavolo una rivista datata 1985 (“Il Grandangolo”, giugno) dov’è un mio articolo intitolato “Ricordando Emilio Greco/Le poesie dedicate alla Versilia. Il Pinocchio di Collodi”, eccelso siciliano autore tra l’altro del monumento alla figura del burattino più famoso al mondo che si trova a Collodi di Pescia, in Toscana.

Pinocchio è nella mente di tanti, compreso Luigi Aricò che l’ha pensato assemblando certi pezzi di metallo, colorandoli poi del rosso dell’amore, del giallo della spiritualità, del bianco della purezza.

E’ persona generosa, spontanea, Aricò: ama e fa arte alla sua maniera, oltrepassando velocemente palizzate e steccati, sondando l’universo della ricerca in modo talmente ampio da dare, certe volte, il fianco a un giudizio critico che ne vede un’eccessiva dilatazione tematica, ma tale è la personalità. Non sa farne a meno e allora bisogna accettarlo com’è.

Scolpisce, dipinge, disegna… lo fa con una fluidità tale, con una passione autentica e così grande da somigliare all’acqua di un fiume che andando verso il mare dimostra la propria libertà oltrepassando gli argini, come a significare che l’artista debba sempre dire – anzi, gridare, dando e dandosi – il proprio fare.

In Luigi Aricò è il simbolo l’asse portante della creatività.

Ecco la verticalità a coniugare la mente al viaggio che dalla terra va al cielo soprattutto nelle serie dedicate ai grattacieli e alle piramidi, mentre – che sia ferro o piombo o legno o plastica, o pittura ad olio o a tempera il “mezzo”, la materia interessa sino ad un certo punto – ecco la vitalità del triangolo della divinità e della proporzione, il cerchio dell’assenza di divisioni, gli occhi della percezione intellettuale, la pietra vista nello stato primordiale.

In lui l’arte non è tanto una autoaffermazione, o un dato egocentrico, bensì un mezzo per comunicare un’autonoma visione, ovvero la lettura del proprio contemporaneo.

L’oggetto e gli oggetti trovati o ritrovati, e le cromie stesse congiunte nella costruzione dell’opera costituiscono il riflesso, la testimonianza vitale tesa a far riflettere nell’uno e nell’altro passaggio, comprese le emozioni e le sensazioni di un iter giornaliero, rispondendo ai tanti “perché”.

Ecco che leggo una lirica, traendo da un libro (1) che ho proprio qui accanto (un caso anche questo?):

 “Vivete in un tratto.

Artista è

comprendere

creare

maturare

come l”albero sta sereno nelle tempeste di primavera senza apprensione

che l’estate possa non venire.

L’estate viene. Solo ai pazienti”.

Dire di Aricò significa in definitiva sottolineare il suo “Io”, vale a dire la raffigurazione all’unisono del reale e dell’astratto, testimonianza di un autonomo onesto pensiero, proprio come un’estate giunta e pienamente raggiunta che sa di continuità, di rinnovata continua e giusta ricerca.

Marina di Pietrasanta, 7 giugno 2014.

Lodovico Gierut

Critico d’arte


LO SGUARDO FISSO DI LUIGI ARICO’ SUL MONDO DELLE COSE (E DELLE IDEE)

Cosa muove Luigi Aricò a fare arte scultorea e pittura con una tecnica di derivazione volutamente non accademica,nonostante sia en titre maestro d’arte ? Il nostro artista si presenta sulla scena, nel sistema dell’arte,con una propensione dirompente,una pulsione “oppositoria” di chiara marca visionaria.

Lo motiva un impegno culturale di segno profondo,una necessità impellente d’essere attivo protagonista nel mare magnum dell’odierna contemporaneità/vanità/spettacolo.

Sembra dominare nella sua volontà un’intenzione di contrasto, d’affermazione e di distanza, avversario della comunicazione semplificata, contro i linguaggi dell’arte come diletto, alfiere combattente che discute  la reiterata e presunta  autonomia concettuale del mondo delle immagini, che affiderebbe alla figura dell’artista il ruolo contraddittorio di buffone di corte.

Un’onda anomala, talvolta volutamente irritante, un “anarchico” proiettato nell’attonito Sguardo Fisso (che è anche il titolo di una realizzazione emblematica di Luigi Aricò : una porta di legno riciclata, chiusa ma che invita l’osservatore alla indiscrezione di un’apertura furtiva…) sugli scarti materiali – ferro, tronchi d’albero, residui di motori e ingranaggi – che fanno pensare a tenaglie,chele meccaniche, bruciature e ferite…: l’inutilità (apparente) dei rifiuti e del déjà vu .

Ho pensato  all’influenza  delle sperimentazioni accademiche, ma nelle opere di Luigi Aricò scorgo più coraggio, maggiore determinazione, più fascinazione.Nelle sue opere pittoriche è evidente il dissolvimento non tanto delle immagini quanto della realtà delle banali quotidianità, attraverso  la forza e l’ardire di visualità che non cercano accattivazioni superficiali e rassicuranti.

In alcune tele sembra quasi voglia spruzzarci in faccia i colori,per farci annientare per un attimo le nostre abitudini a mascherare …, a coprire quel che accade : ci anestetizza e ci risveglia dal sonno. Allora, cosa c’è nel lavoro artistico di Luigi Aricò? Oggetti di riciclaggio ( fisici e pittorici) che ci confermano che il mondo dell’arte è quasi sempre “gioco”, proiezione involontaria dell’inconscio di quelle anime (poche, in verità) che possiamo definire artiste.

Per incitare  il nostro originale Luigi Aricò a continuare le sue interessanti e coinvolgenti ricerche del “reale/metafisico”, di mondi improbabili ma desiderabili, voglio concludere con una massima a guisa di aforisma: ” L’arte è sempre vitale (per chi la fa) ma può raggiungere la vetta del sublime quando aspira (e riesce) a trasferire  in chi la guarda un’emozione condivisa”: Luigi Aricò in molti momenti della sua “produzione” vi riesce e di tanto lo ringraziamo.

GENNARO OLIVIERO